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Censis - Sintesi del Rapporto 2009.
17/12/2009
Censis - Sintesi del Rapporto 2009.

Il Rapporto Censis 2009 fotografa la situazione socioeconomica del nostro Paese ad un anno di distanza dall’avvento della crisi.
La condizione delle  famiglie italiane
La maggior parte delle famiglie ha dimostrato di saper resistere alla crisi: nel 71,5% dei casi, infatti, il reddito mensile è stato sufficiente a coprire le spese. Superiori alla media nazionale i dati riguardanti le famiglie del Nord-Ovest (76,7%) e del Nord-Est (78,9%). Inferiori alla media nazionale, invece, i dati relativi alle famiglie del Centro (71%) e alle famiglie del Sud, per le quali il dato scende al 63,5%.

Il Rapporto inoltre evidenzia che il 28,5% delle famiglie in difficoltà a coprire le spese mensili con il proprio reddito ha fatto ricorso ad una “pluralità di fonti alternative”, quali ad esempio il ricorso ai risparmi accumulati (41%), alla carta di credito per rinviare i pagamenti al mese successivo (22%), al prestito di denaro da parte di familiari, parenti o amici (8,9%).

La crisi economica ha inoltre inciso in modo significativo sulle abitudini alimentari. L’83% delle famiglie italiane ha infatti modificato le proprie abitudini attraverso il contenimento degli sprechi (40%), la ricerca di prezzi più convenienti (39,7%), oppure eliminando dal proprio paniere i prodotti costosi (34,8%).

 

Il mercato del lavoro

Il mercato del lavoro ha generalmente retto alla crisi economica. A metà del 2009 risultavano persi 378 mila posti di lavoro, registrando un -1,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tendenzialmente gli effetti negativi della crisi hanno colpito i soggetti meno tutelati: le persone con lavoro autonomo (-5,8% rispetto all’anno precedente) e le persone occupate nel bacino del c.d. “paralavoro” (-4,3% rispetto all’anno precedente). Particolarmente critica rispetto al 2008 è risultata la condizione dei soggetti che rientrano nelle diverse forme di lavoro a termine (-9,4%), nelle collaborazioni a progetto (-12,1%) e nelle forme di lavoro occasionali (-19,9%).

 

Il sistema del welfare

Le spese per salute sono risultate in crescita, in misura maggiore tra i soggetti nelle fasce di reddito più basse. L’impatto della crisi ha infatti determinato un peggioramento delle possibilità di accesso ai servizi sanitari, anche pubblici, soprattutto per i meno abbienti: il 40% dei soggetti di livello socio-economico basso è stato costretto a rinunciare per motivi economici a prestazioni sanitarie e il 37,8% ha ridotto l’acquisto di farmaci a pagamento.

Per quanto riguarda il tasso di fecondità in Italia, questo rimane tra i più bassi in Europa: il numero dei nati per 1.000 donne in età fertile nel 2007 è pari a 40,3. il sistema delle tutele della maternità risulta ancora inadeguato e ancora troppo legato alla condizione professionale: il 55,2% delle madri che avevano avuto un figlio era infatti costituito da donne occupate, alle quali è stato destinato l’84% delle prestazioni economiche per la maternità, pari a quasi 5.000,00€. Alle madri disoccupate (il 5,2%) è spettato invece il 2,1% delle prestazioni economiche, mentre a quelle in condizione non professionale (il 39,6% delle madri) il 13,9% delle prestazioni, pari a 1.137,00€.

In materia di inclusione sociale, il Rapporto 2009 evidenzia come il disagio sociale sia fortemente territorializzato. In particolare emerge una forte contrapposizione da le province del Nord Italia e quelle del Sud, relativamente a tutte le dimensioni del disagio considerate, da quelle private inerenti il reddito e i consumi, a quelle di natura collettiva relative ad esempio alle infrastrutture.

Significativo infine il dato relativo alla povertà alimentare, fenomeno che interessa 1 milione e 50 mila famiglie (il 4,4% delle famiglie italiane), la cui diffusione a livello regionale evidenzia in modo significativo il contrasto tra le regioni del Nord e quelle del Sud del Pese. I dati a disposizione infatti testimoniano una fortissima disparità tra regioni come il come Veneto (2,3%), Toscana (2,4%), Lazio (2,7%), Trentino Alto Adige (2,9%) Lombardia (3,1%), Emilia Romagna (3,2%) e regioni invece come Calabria (6,2%), Basilicata (9,1%), Sicilia (9,2%) e Sardegna (10,8%).


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